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Street in Gallery
di Eva di Tullio per MArteMagazine
ROMA - Cosa ci fanno tre musicisti che intonano Django Reinhardt, un artista che dipinge su fogli di carta seduto accanto a loro e una serigrafia del mitico Shepard Fairey, meglio conosciuto come Obey Giant, circondata da tante altre opere in una galleria sotterranea nel quartiere romano Monti?

Sembra l’inizio di una barzelletta o di un giallo, ma in realtà vi stiamo parlando di qualcosa che è accaduto sul serio, un sabato sera di giugno, più precisamente in via degli Zingari a Roma. Esattamente il 17 giugno la Degli Zingari Gallery ha inaugurato la collettiva internazionale Street in Gallery, una mostra che vanta la partecipazione di ben 26 artisti, alcuni dei quali già noti ai nostri lettori: Paola Viola, Eleonora Carboni, Massimo Moroni, Sbrubich, Bato, Millo,Superskull, Simona Marigliano, Nora Yaneva, Giacomo Valentini, Carlotta Spark, Gio Schiano,Sylvie Renault, Agata Chiusano, Fabio Refosco, Ramona Vada, Daniele Conti, Daniela Gabeto,Enrico Bruniera, Matteo Serlupi, Dadenes, Nebel Eich, Dario Imbò, Fiorentino Carrieri, Monz e Pietro Zucca sono i nomi dei protagonisti di Street in Gallery.
L’evento, curato da Sara Pessato, ha l’obiettivo di raccontare la vera arte di strada, quella che attraversando i muri delle metropoli in forma di graffiti e stencil si va a posare sulle superfici lisce delle tele e fotografie e trasporta con sé la musica di chi si esibisce agli angoli o nelle piazze delle nostre città.
Le opere esposte in questa collettiva sono delle cartoline che raccontano attimi di vita quotidiana, immortalati dallo sguardo di ogni singolo artista, in grado di cogliere la vera essenza che si nasconde dietro all’etichetta arte di strada.
Mentre il Mirando Vidal Trio riscaldava l’atmosfera con la musica di Django Reinhartd, Bato dipingeva dal vivo per tutti gli ospiti del vernissage che nel frattempo sorseggiavano vino e gustavano le opere esposte.
Fotografie e tele si esprimono al posto delle parole, come succede guardando le fantastiche immagini della fotografa toscana Carlotta Spark, le quali registrano frammenti di vita urbana fatta di movimento e icone che lanciano messaggi in sottofondo, mentre il traffico di macchinine ferme ai semafori danneggiano il nostro cervello, o meglio il nostro cranio, che urla a squarciagola come quello di Superskull. E poi il contrasto tra il verde dei parchi e il grigiore dei palazzi visti dal basso di un ciuffo d’erba catturato da Pietro Zucca e le visioni metropolitane di Paola Viola che creano un gioco ad effetto con il grigio argento delle scale mobili, come un sali e scendi di emozioni che non si lasciano catturare ma soltanto raccontare.
Emozioni che rimbalzano nel nostro corpo, prospettando un incrocio di ombre e luci come quello del Disturbo Bipolare di Millo, a mio parere una delle opere più belle esposte in galleria, che viene posto di fronte alla supermega fantastica serigrafia di OBEY, il famoso street artist americano che dai disegni su tshirt e tavole da skate è diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati di urban culture che non possono assolutamente perdersi questa mostra. Avete tempo fino al 30 giugno.Leggi su MArteMagazine
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Millo @ LUMEN - Urban Factory
Dal 13 al 29 maggio presso le ex Fabbriche Salid nel Parco dell’Irno a Salerno
Photos Paolo Fiorillo
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Lumen Urban Factory Contest su “La Città”
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Millo @ LUMEN 2
Questo mio disegno sarà esposto nella II edizione di Lumen – Urban Factory dal 13 al 29 maggio presso le ex Fabbriche Salid nel Parco dell’Irno a Salerno.
Verrà riprodotto su di un pannello di dimensioni 4 x 1,8 metri e installato su pannello secondo una particolare tecnica chiamata “lenticolare” e che permette alle immagini di essere visualizzate, a turno e sullo stesso piano, a seconda del punto d’osservazione.
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Intercity 168
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Transparent Covering
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Tsunami
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Industrial Wallz
Le periferie in italia sono tutte uguali. Se ti ci fai un giro vedi abitazioni, viadotti, aeroporti, centri commerciali, antenne, svincoli, fabbriche, depuratori, cementifici, boschetti, cave, tralicci, capannoni industriali, svincoli, concessionarie, rotatorie, autolavaggi, oliveti, accampamenti rom e qualche rudere di inizio secolo scorso che resiste ancora alla trasformazione imposta dalle regole del‘“uomo moderno”.
Anche la casa del mio bisnonno aveva resistito.
Quando nacque mia nonna piantò due pini e due palme sul piazzale e gli oleandri sul viale.
Durante la seconda guerra mondiale i soldati la usarono per accamparsi. Accesero dei fuochi nel centro delle due stanze più grandi per riscaldarsi, ma i danni si limitarono solo al pavimento.
Qualche decennio dopo l‘“uomo moderno” decise che si doveva fare una strada che collegava due città vicino la mia casa. Si costruì una soprelevata su un muro in cemento alto 10 metri a 5 metri di distanza dalla casa.
Da piccolo questo muro era tutto. Un rifugio, un ostacolo, la parete di una caverna, un bagno, la casa sull’albero, una montagna, una lavagna.
Con mio padre disegnavamo su quel muro.
Usavamo delle pietre per incidere degli alieni grattando via i muschi e il colaticcio che si era formato nel tempo.
A diciotto anni, mi sono trasferito a Pescaranoid City.
L’anno dopo, sempre “l’uomo moderno” decise di fare uno svincolo che scendeva giù proprio da quel muro.
Alla fine ci tolsero il muro e ci demolirono la casa.













